Nella prima metà dell’Ottocento per la famiglia Corsi Salviati, come per altre antiche discendenze fiorentine, hanno inizio difficoltà finanziarie legate anche ai mutamenti politici ed economici che coinvolgono il Granducato. I Corsi, pur dotati di un solido patrimonio immobiliare, si trovano così per la prima volta nella necessità di vendere una parte dei loro tanti beni. Non rinunciano però alla Villa e alla fattoria di Sesto, anche se, invece di ampliare le proprietà terriere come avevano fatto gli avi nei tre secoli precedenti, in questa fase iniziano una dismissione di parte dei beni agricoli. Negli edifici padronali ci si limita per lo più a «rimodernare» e a manutenere gli ambienti. Sono gli anni in cui Amerigo avvia la trasformazione del giardino e ricava una «stufa» nella galleria orientale. L’unico intervento architettonico di rilievo è dovuto a Francesco Antonio Corsi Salviati, figlio di Amerigo, che nel 1845 commissiona all’architetto fiorentino Telemaco Buonaiuti l’ampliamento della cappella di San Leonardo, in memoria della moglie Francesca Reader che viene lì tumulata. Con la morte di Bardo Corsi Salviati nel 1907, la famiglia si estingue; l’unica figlia, Francesca, aveva sposato il conte Ludovico Guicciardini, e il loro figlio Giulio diventa l’unico erede dei Corsi Salviati.
Le decorazioni ottocentesche. Le tre sale al primo piano
Se si eccettua il Camerino delle Grottesche cinquecentesco, le maggiori decorazioni della Villa di Sesto sono da ricondurre all’Ottocento in due fasi distinte, la prima nei primi anni Dieci del secolo, all’epoca della dominazione francese, e la seconda nel 1864-66, al tempo della Firenze capitale. Dunque due momenti storici e politici cruciali per Firenze e per i suoi domini. Risalenti alla prima fase sono tre sale al primo piano, il “salotto dipinto a bosco”, l’attigua “sala del caminetto” e la “stanza di Giove e Ebe”. Le prime due sono caratterizzate dal medesimo effetto trompe-l’oeil con le pareti sfondate su paesaggi boschivi e campestri. La “sala del caminetto” però è decorata da elementi egizi, divenuti di moda in Europa dopo la Campagna d’Egitto di Napoleone. La terza sala è invece affrescata con un gusto neo-pompeiano, anch’esso di gran moda al tempo. Queste sale furono probabilmente decorate in occasione delle nozze di Amerigo Corsi con sua cugina Giulia avvenute forse nel 1813 e mostrano il perfetto allineamento del gusto dei padroni di casa con le tendenze europee più aggiornate. Antonio Corsi Salviati, il mecenate di queste sale, ricoprì prestigiosi incarichi pubblici e fu una figura fiorentina con intensi rapporti con la Francia napoleonica.
Il salone al piano terra
Subito dopo l’unità d’Italia, nel momento in cui Firenze viene eletta nuova capitale del Regno, il marchese Francesco Antonio Corsi Salviati si avvale dell’opera del pittore patriota Eugenio Agneni per ridecorare completamente il grande salone a pian terreno. Anche in questo caso, come per la sale del primo piano, l’occasione fu quasi sicuramente un matrimonio, in questo caso del figlio di Francesco Antonio, Bardo, con Pia dei Tolomei avvenuto del 1865. Il complesso progetto iconografico inneggia alla forza dell’amore che supera il tempo e alla forza generatrice dei quattro elementi raffigurati sulle pareti. È una decorazione complessa, con un virtuosistico sfondato architettonico sulla volta in uno stile classicheggiante che è alla base del tentativo di creare un nuovo stile per il nuovo regno.
Giulio Guicciardini Corsi Salviati
Giulio, l’erede del patrimonio di così tante famiglie fiorentine, fu profondamente legato alla Villa di Sesto, dove la famiglia continuò a soggiornare periodicamente. Giulio compie nell’archivio privato un approfondito studio sulla storia degli edifici e del giardino che poi pubblica nel 1937. Questa sua importante ricerca è premessa e supporto per l’impegnativo ripristino degli spazi esterni e per i recupero filologico di alcuni ambienti della Villa, alterati ma non compromessi da interventi ottocenteschi. Più profonde trasformazioni subiscono in questi anni gli ambienti destinati alle funzioni agricole, per l’adeguamento a mutate funzioni ed esigenze, dedicandovi investimenti non secondari rispetto a quelli sugli edifici della residenza padronale.